Giuseppe Berti

Giuseppe Berti nacque a Tizzana in località Lanzo nel 1812 da Salvatore, un ex capitano dell'esercito granducale, e dalla Isabella Calzolari. Laureatosi in medicina, esercitò la professione nel suo stesso paese, nella frazione della Catena. Il 26 luglio del 1839, all'età di 76 anni, gli morì il padre Salvatore, ma solo il 2 febbraio 1846, a 34 anni, il dottor Giuseppe si decise a prender moglie, sposando Gioconda Rossi di Giovacchino e Dell'Annunziata Franchi, una ragazza di 21 anni di professione sarta. Dal matrimonio nacquero cinque figli: Clarina Maria nel 1852, Iacopo Lisimaco nel 1855, che a 15 anni, come si legge in una nota dello Stato d'anime 1871-1872, entrerà in seminario a Pistoia per farsi prete, Maria Vittoria nata nel 1861 e morta dopo 18 mesi, Maria Egle nata nel 1864 e infine Alberto nel 1869.

Gia vedovo, il dottor Giuseppe morì il 9 febbraio 1898 a 84 anni, dopo aver ricevuto tutti i sacramenti. Nulla di preciso sappiamo delle sue idee politiche, ma è facile intuire che anch'egli, uomo di certa levatura intellettuale e sociale, coltivasse idee liberali, come quasi tutta la borghesia italiana di allora; essendo forse un moderato, non risulta che prendesse parte apertamente ai vari moti sia per rispetto alla professione che esercitava, sia per rispetto alla memoria del padre Salvatore, graduato dell'esercito toscano. Tuttavia queste idee furono più che sufficienti a Giuseppe Spinelli per denunziarlo alla polizia del granduca, rientrato dall'esilio con animo vendicativo e sospettoso. Certo che il dottor Berti dovette passare momenti di gravi preoccupazioni prima di poter dimostrare la sua innocenza, se non altro per la famiglia che rapidamente cresceva.

Giuseppe Spinelli, detto il frate, figlio di Giovacchino e della Maria Agata Breschi, famiglia di pigionati, cioè a quei tempi voleva dire miseria, era nato a Tizzana in località "La Fabbrica" e trasferitosi in seguito a "Cicciani", altra frazione di Tizzana. Ragazzo irrequieto e malcontento della sua umile condizione, tentò ogni via per uscirne: tra l'altro si dice, ma non è provato, che entrasse perfino in un convento di francescani in Arezzo come frate laico e poi ne venisse via, rubando diversi oggetti di valore nel convento. All'età di 27 anni si sposò con una donna di 28, Maria Angela Melani, figlia di Tommaso e Maria Rosa Gradi, vedova con due figli di Clemente Matteini e di professione cappellaia. Da lei lo Spinelli Giuseppe ebbe quattro figli: Giovacchino che farà il pizzicagnolo e il taverniere, succedendo al padre, Carlo il ciabattino, e infine Angiolo e Costantino.

Nel 1837 o 1838, mortagli la moglie, passò in seconde nozze con una donna di mal costume e sboccacciata, dalla quale non ebbe figlioli. Era la donna adatta per lui, perchè il matrimonio con l'Angela e i figli nati non gli avevano messo la testa a partito, seguitando a trafficare in ogni genere, finchè non mise su bottega per campare la famiglia piuttosto pesante. Avaro e senza scrupoli a detta del dottor Giuseppe Berti, fece si che i due figliastri, costretti ad elemosinare un tozzo di pane, morissero di stenti e nel popolo si ricorda ancora, la fucilata con la quale uccise un ladro entrato di notte in casa sua, sparandogli dal pianerottolo in cima alle scale. Con un simile carattere fu naturale che, un pò per guadagno, e un pò per entrare nelle grazie della polizia sospettosa del granduca, si mettesse a fare anche la spia, e tra le vittime ci fu, oltre al dottor Giuseppe Berti, che si vendicò con una feroce satira, mettendo dinanzi al pubblico tutte le sue malefatte, un prete forse il suo pievano don Giuseppe Fiaschi, che l'aveva sposato, non si conosce l'anno della sua morte.

La satira del dottor Giuseppe Berti, di 66 terzine in endecasillabi, dimostra un uomo di cultura, specialmente di quella cultura classica, che ai suoi tempi era fondamentale nei licei, da dove poi ciascuno, iscrivendosi all'università, prendeva il ramo per la professione che più gli si confacesse. Nei suoi versi si sente il cultore di Dante, riecheggiando la brutalità degli eventi e la condanna alla pena relativa, ma sempre con un certo distacco anche se con disprezzo.

La storia del dott. Berti è tratta dal libro "I NOTABILI DEL MONTALBANO PISTOIESE"
di Don Giuliano Mazzei. 1998 Omnia Minima Editrice s.r.l. Prato

 

Cultura contadina

Il dottor Giuseppe Berti si occupava anche di diete alimentari, infatti nell'enciclopedia "Cultura contadina in Toscana" si legge quanto segue:

Il dottor Giuseppe Berti per la zona di Tizzana scrive: “Nell''inverno, quando la cattiva stagione non permette di lavorare nei campi, i contadini fanno una refezione alle ore 11 antimeridiane circa, e l'altra circa alle 5 della sera. Nella prima mangiano d'ordinario fagiuoli rossi, detti romani, conditi con olio di oliva, o rifatti in tegame con grasso di maiale, nella proporzione di 112 grammi per individuo, con mezzo chilogrammo di pane di granturco; mentre nella seconda, cioè in quella della sera mangiano minestra di pane di granturco e cavoli neri del proprio orto, cotti nella broda dei fagiuoli mangiati al mattino, entro la quale, insieme ai cavoli, la massaia fa bollire un pezzo di carne suina salata, nella proporzione di 90 grammi per individuo; e questa, oltre a condire la minestra, serve loro anche di pietanza dopo di essa. In queste due refezioni i contadini non bevono vino, sebbene vinella, o mezzone.... Quando poi i coloni lavorano la terra, fanno tre pasti al giorno; il primo dei quali arriva alle 9 del mattino e consiste, al solito, in un piatto di fagioli corrispondenti a 90 grammi per individuo, mezzo chilogrammo di pane di granturco e due quinti di vino pretto. Il secondo pasto ha luogo alle 2 pomeridiane e consiste in una manata di fichi secchi o di noci, per individuo, ossia in una fetta di cacio di circa 60 grammi, qualche frutto, mezzo chilogrammo del solito pane e, per bevanda, vinella o mezzone, che costa loro assai poco; la prima essendo semplicemente acqua fermentata sulle vinacce già uscite dallo strettoio, ed il secondo una mescolanza di un terzo di vino e due terzi di acqua a cui, messo nelle botti, aggiungono un cotto di granella di uva nera, che gli dà maggior forza e sapore. Il terzo pasto, che à il più concludente, avviene circa alle ore 5 e mezzo della sera; e questo si fa in casa (mentre i precedenti si fanno sul luogo del lavoro) seduti a mensa apparecchiata pulitamente, con tutto il comodo e l'agio necessario a chi ha lavorato tutto il giorno. Questa refezione consiste nella minestra del solito pane e cavolo, fatta sulla broda dei fagioli mangiati alla prima refezione nella proporzione di 224 grammi di pane di granturco, sottilmente affettato, oppure in una minestra di pasta, fatta in casa dalla massaia con farina di grano, o di pasta comprata nella bottega, nella proporzione di 250 grammi per individuo e condita, se di pasta col grasso del maiale, e con la carne suina salata allorquando è di pane. In questo caso però la carne salata, dovendo non solamente condire la minestra, ma servire anche di pietanza, sta nella proporzione di 100 grammi per individuo. Quando però la minestra è di pasta, il secondo piatto consiste, o in patate rifatte al tegame e condite col solito grasso suino nella proporzione di 100 grammi di patate a contadino, ovvero baccalà lesso, condito con olio d'ulivo, o rifatto con erbe e cipolla alla teglia, nella solita porzione di 100 grammi per individuo; oppure in aringhe e salacche, riscaldate sul treppiede e condite con olio e aceto, sulla proporzione di un'aringa per ogni due individui, o due salacche per ciascuno. Anche in questa refezione non si usa il vino pretto, ma bensì vinello e spesse volte mezzone..."

A primavera "nel disimpegno di faccende assai faticose, il colono abbisogna di un vino assai più nutriente e di bevanda più generosa. Infatti ai falciatori si passa alla mattina un pò di rinfresco di Modena o d'acquavite. Ai soliti pasti se ne aggiunge uno, e alla vinella o al mezzone, si sostituisce il vino pretto nella prima refezione e in quella delle 5 pomeridiane, mentre in quella del mezzogiorno e della sera si usa il vino annacquato, meno qualche rara eccezione.

Nell'estate i contadini mettono veramente alla prova la propria salute e la propria robustezza... abbisognano perciò di quattro refezioni al giorno; la prima di queste avviene nel campo, circa alle sette della mattina, e consiste in 60 grammi di prosciutto o salame affettato, in grammi 336 di pane di grano, in due quinti di vino. La seconda avviene alle ore 12 meridiane, e in questa refezione i contadini sono trattati con carni di vitella o di manzo nella proporzione di grammi 112 per individuo. Nel brodo di quella carne, la massaia cuoce una buona minestra di pasta nella proporzione di grammi 221 per ogni persona, in 336 grammi di pane di grano, il quale viene mangiato con la carne o lessa o rifatta che sia... Il terzo pasto, detto volgarmente la merenda, avviene nel campo alle cinque pomeridiane cieca, e consiste in fagioli freschi o zucchette, lessate e condite con olio d'oliva, nella proporzione di centesimi 10 per lavorante, oppure in fiori di zucca fritti o in frittelle di grano... La quarta refezione che avviene alle ore otto e mezza della sera, consiste in una semplice insalata, che mangiano di buon grado, onde attonare, in grazia dell'aceto, lo stomaco illanguidito per il caldo sofferto e per la fatica durata..."

In autunno "due soli pasti: il primo di questi avviene circa alle ore 10 antimeridiane e consiste in un cotto di fagioli nella solita proporzione di 112 grammi per individuo, in mezzo chilogrammo di pane di grano e granoturco e in alquanto vino, già fatto appositamente con le uve che si avvicinano alla maturazione. Il secondo ha luogo alla sera, circa alle ore sei, e consiste in una minestra di pasta fatta sul brodo di vitella o di manzo; la qual carne poi, rifatta al tegame con patate, serve loro di seconda pietanza. Il pane è sempre di grano e granturco, ed il solito vino nuovo detto da essi vino della bigoncia, è la bevanda"

 

Da "Cultura contadina in Toscana" L'ambiente e la vita. Volume secondo - Bonechi Editore 1983
Biblioteca comunale di Quarrata.

 

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